LIVIO CORI: “L’AMICIZIA TRA UOMO E DONNA ESISTE”

Le donne e più in generale il genere femminile, sono al centro del tuo nuovo album. Che rapporto hai con loro?

“Guarda è una mia croce e delizia… qualcosa che mi ha dato tanto a livello positivo, ma mi ha fatto anche soffrire come capita a tutti. In questo disco parlo della donna soffermandomi sui rapporti sentimentali, non a 360 gradi che poi è tutto un altro discorso. “Femmena” è un titolo che richiama una “musa” ispiratrice ed io essendo cresciuto con due donne, dato che papà se n’è andato quando ero molto piccolo, sono sempre stato molto a contatto con la figura femminile. Forse è proprio grazie a loro che ho sviluppato una particolare sensibilità, tanto è vero che io sono un uomo che ha molte amicizie femminili.

Quindi secondo te può esistere un’amicizia tra uomo e donna?

Assolutamente si, anche perché ho delle prove tangibili di amicizie che porto avanti da tanti anni. Amiche consapevoli del fatto che non possa esserci dell’altro… solo una bellissima amicizia. Credo che questo sia un limite che ci imponiamo noi uomini, ovvio che se poi provi attrazione è difficile cambiarla in amicizia, credo comunque che nella vita un’amica, con la A finale, la si possa assolutamente trovare.

Com’è iniziato il percorso musicale di Livio Cori?

“Tutto è iniziato dall’ascolto, io ho sempre ascoltato tantissima musica. Molto è arrivato da mio padre e mia madre, lei è stat una ballerina di danza classica perciò ascoltava quel genere di musica, mio padre invece i Pink Floyd, Pino Daniele… Io col tempo mi sono appassionato al genere Urban e Hip Hop americano, questo perché da piccolo giocavo molto a basket. Per gioco ho iniziato a fare le prime rime con gli amici, poi è arrivato il rap iniziando a frequentare situazioni della scena napoletana con le “battle”, i club… se devo dire grazie a qualcosa è stato sicuramente il basket.

Mi descrivi con tre aggettivi l’esperienza di Sanremo al fianco di un gigante come Nino D’Angelo?

“Eh… difficile questa… altro che tre di aggettivi… direi formativa, perché Sanremo in una settimana ti fa da scuola, ti fa realmente capire cosa significa essere a quel livello. Poi ti direi veloce, perché quando ti stai divertendo le cose volano… in effetti è stato troppo breve (ride). Emozionante anche, sembra banale ma c’è stato un episodio particolare che mi a fatto emozionare, oltre a vedere i miei genitori tra il pubblico. Nella seconda puntata, ad un certo punto mi sono girato verso Nino ed è come se non esistesse più niente, il pubblico, i telespettatori… sembrava di essere in una bolla, come se stessimo cantando per noi. Alla fine, dove ci abbracciavamo sempre, ci siamo stretti forte e mi veniva da piangere. Stavo realizzando che si era creata una connessione tra me e un “colosso” di Napoli. C’era magia ed è stato commovente.

Com’è nata questa collaborazione?

“Allora nel 2018 io stavo lavorando al mio disco “Montecalvario”, nello specifico il brano “Un’altra Luce” che inizialmente era scritto solo per me… parlando con l’etichetta nacque l’idea di fare un featuring… e io proposi Nino D’Angelo. Mi sono detto, sto facendo il mio primo disco legato alla mia città, voglio farlo con il re, con colui che per me ha dato origine a tutto questo. Lui è uno di quei “mattoni” fondamentali che formano la mia cultura musicale… o lui o Pino Daniele avrei scelto. Oltretutto Nino è un’artista che non ha mai collaborato in progetti di altri, perciò questo assume ancor più valore per me. All’epoca Caterina Caselli era la mia discografica, mi mise in contatto con lui ma inizialmente sembrava fosse più un incontro da fan, poi però ci siamo trovati e una volta in studio, mentre lui scriveva la sua parte, mi disse che dovevamo presentarlo per Sanremo. Il pezzo lo emozionava e per lui era qualcosa di nuovo. Diciamo che il Festival non era proprio nei miei piani. Dopo l’esperienza dello scorso anno ti posso anche dire che ora mi sento pronto per gareggiare da solo.

Tra le tante cose che hai fatto c’è anche “Gomorra”, serie per la quale hai scritto un brano ma hai anche recitato. Che esperienza è stata?

“Per me Gomorra ha rappresentato un momento fondamentale dove la mia vita è cambiata. Tutto ciò che avevo fatto fino a quel momento si è concretizzato scrivendo questo brano dal titolo “Surdat”, perché poi da li si sono aperte tante porte. Diciamo che quando hai la fortuna di partecipare a qualcosa del genere diventi ancor più credibile agli occhi di tutto il panorama musicale. Gomorra è l’inizio di tutto e devo dire che il mondo della recitazione mi affascina moltissimo. Ho imparato a dirigere i video, per questo adesso cerco di essere molto più presente per quanto riguarda quella parte creativa; poi stando sul set sono diventato ancor più fan del “cinema fatto”, perché quando sei li che osservi come avviene il dietro le quinte di una serie con una produzione mondiale… beh è davvero incredibile.

In questo nuovo album “Femmena” tu hai deciso di unire un genere come l’R’n’B alla canzone napoletana. Perché?

“Beh ci sono tanti punti di congiunzione, ad esempio la melodia… nell’R’n’B c’è tanta melodia, è un genere molto armonico e con tante contaminazioni dalla musica soul, al blues fino al jazz. Lo stesso nella canzone partenopea, vedi noi siamo un popolo che è stato dominato da tante culture come spagnoli, francesi, arabi e abbiamo delle scale melodiche che non vengono usate nella classica musica italiana. Noi usiamo delle scale che arrivano dal Nord Africa , molto vicine a quei movimenti di vocali presenti anche nella musica black e R’n’B. Aiuta molto anche la lingua, l’italiano dal punto di vista musicale è molto squadrato e ti blocca un pò, col napoletano invece è tutto più fluido e riesci a “giocare” molto di più con le parole. Diciamo che a livello di mentalità mi sento molto vicino a Pino Daniele, come metodo di fusione tra vari mondi.

Per realizzare questo nuovo album hai lavorato con Simone Ottaviano, in arte Eitaway che è chitarrista e produttore. Quanto ha inciso il lockdown nel vostro affiatamento?

“Simone è diventato produttore quest’anno, prima era solo il mio chitarrista e con lui c’è una grande amicizia ed è stata una grande sfida per entrambi. Abbiamo scritto e prodotto quest’album insieme e lui ha fatto un lavoro incredibile che non ho mai visto in vita mia tanta era la voglia di diventare una figura attiva nel progetto. Posso dire che è stata una delle scoperte più belle di questo 2020, anche perché adesso è un produttore a tutti gli effetti. Mi confronto costantemente con lui e devo dire che grazie a questo lockdown abbiamo sviluppato una sintonia perfetta… proprio perché siamo stati molto vicini in questo periodo.

Un pregio e un difetto di Livio Cori?

Tra i pregi metterei la pazienza, sono un ragazzo che ha superato tanti momenti mantenendo la calma… un difetto, che sto eliminando ma che spesso torna, è la fretta. Forse più che fretta è la paura dello scorrere del tempo, ho sempre tante idee ma il tempo disposizione è quello che è, avrei bisogno di una giornata di 48 ore. La voglia di fare tutto molto velocemente, però dall’altra parte c’è questa pazienza che mi aiuta a non mollare in tante situazioni difficili.

Chi era per te Diego Armando Maradona?

“Guarda mi sembra così assurdo… Maradona per Napoli e i napoletani è come se fosse parte integrante della città. Con lui ci sentivamo protetti, è stato un grande rivoluzionario e aveva capito che la nostra lotta andava oltre il calcio, aveva capito che il pregiudizio verso un intero popolo e il sud in generale andava oltre. Era uno che lottava per la gente, certamente autodistruttivo per se stesso, ma uno che per gli altri dava tutto e ora ci ha lasciato un patrimonio enorme, un modo di pensare direi.

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