ALESSIO BERNABEI: “OGGI MI SENTO PIU’ PETER PARKER CHE SPIDER-MAN”

Giù la maschera, Alessio Bernabei si riaffaccia sulla scena musicale con una rinnovata e conquistata consapevolezza. Everest è il brano che segna il suo ritorno, un ritratto ricco di sfumature inedite

Un brano scritto interamente da te, testo e musica. Quanto ti sei divertito ad aprirti, a raccontarti sia con le note che con le parole?

«Più che essermi divertito, ho scritto “Everest” con una consapevolezza diversa rispetto al passato, pensando all’amore dono agli altri, dimenticandomi di darlo a me stesso. Una riflessione che ho voluto trasformare in una promessa nei confronti di tutte le persone che in questi anni ci sono sempre state, per chi potrà arrivare a far parte della mia vita in futuro. Non voglio più fermarmi, desidero continuare a realizzare musica, l’unica cosa che riesce a tenermi legato su questo pianeta».

Considerate le tue esperienze e i tuoi precedenti viaggi, a che tappa del tuo percorso senti di essere arrivato? 

«Mi sento ancora ai piedi della montagna perchè, secondo me, la vita è una scalata continua, c’è sempre qualcosa da imparare, fino all’ultimo giorno. Affronto tutto questo con filosofia, mi rimbocco le maniche e cerco di proseguire questo viaggio, curioso di scoprire dove mi porterà».

Nel testo di “Everest” fai riferimento ai “sorrisi falsi a mia madre”. Spesso tendiamo a proteggere le persone che abbiamo attorno a noi, tenendoci tutto dentro. Scrivere un pezzo come questo, ti ha aiutato a liberarti da qualche zavorra?

«Sicuramente, molte volte tendiamo a nascondere i nostri pensieri, tenendoci tutto dentro per non far preoccupare le persone care. Con questo brano mi sono aperto al 100%, maturando una nuova consapevolezza che, spero, mi aiuterà a raccontarmi sempre di più in maniera trasparente».

Credi di aver raggiunto il giusto equilibrio tra chi sei e chi vorresti essere?

«Probabilmente ho raggiunto un equilibrio maggiore rispetto al passato, ogni esperienza è servita per ottenere una concezione migliore di me. Dai Dear Jack ai due dischi da solista “Noi siamo infinito” e “Senza filtri”, tutto è servito per arrivare a quello che sono diventato. Oggi mi sento più Peter Parker che Spider-Man».

In questo ti è stato utile anche il trasferimento a Milano?

«E’ stato necessario per crescere. Calcavo palchi importanti, ma poi tornavo a casa dalla mammina e venivo accudito come un bambino. Ho voluto dare un taglio a questo cordone ombelicale, mi è servito per gettare le basi della mia indipendenza».

Come sei stato accolto dalla città meneghina?

«Rispetto a Tarquinia è come vivere in un’altra dimensione, qui il tempo passa più velocemente. Ho dovuto rimboccarmi le maniche, adeguarmi alle dinamiche di una città che ti offre mille spunti e opportunità, ma ti mangia se resti fermo. In ambito musicale, Milano mi ha dato la spinta e gli stimoli giusti per creare».

Negli anni, in qualche modo, è anche cambiata la tua concezione della parola “artista”?

«Forse sì, amavo molto la teatralità dell’essere artista, soprattutto nell’età adolescenziale. Ero un esteta della performance. Ora come ora, credo che il compito di chi fa musica sia quello di riuscire a mettere in arte le proprie emozioni, più che in scena. Tirare fuori ciò che sei, in modo vero ed essenziale».

In un momento storico in cui necessariamente dobbiamo stare tutti un po’ più lontani, credi che stiamo riscoprendo il significato della parola unione così come il valore di un abbraccio?

«Credo che la mancanza di qualcosa faccia crescere il suo valore, questo sta funzionando anche con gli abbracci e i baci. Sta aumentando il desiderio e ci stiamo affacciando verso una nuova fase storica, dove la spiritualità e il saper dimostrare l’amore carnalmente saranno due principi piuttosto sacri».

Sicuramente la tecnologia è venuta in nostro soccorso, anzi forse l’abbiamo utilizzata nel modo più corretto. Come valuti il tuo rapporto con i social network e in che modo, secondo te, il web incide oggi in un progetto discografico?

«La tecnologia ci ha avvicinato molto in queste periodo, ma dobbiamo utilizzarla con moderazione, non dobbiamo lasciarci prevalere dai social network. Dovremmo utilizzare i canali a nostra disposizione per comunicare con gli altri, ad esempio nel mio lavoro sono importanti, perchè ti permettono di facilitare il rapporto con le persone che ti seguono».

In un momento particolare come questo, quali riflessioni e quali stati d’animo ti piacerebbe riuscire a trasmettere a chi ascolterà “Everest”?

«Spero che porti un po’ di serenità e di colore, ma anche un po’ di consapevolezza in più, proprio come l’ho captata io in questi ultimi mesi. Stare bene con noi stessi ci porta ad esserci sempre per le persone care, perchè nella vita le promesse sono importanti e ciascuno di noi può rappresentare un paracadute per qualcun altro».

Nico Donvito
Nico Donvito
Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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