NEFFA: “IO, SOGNATORE CONTROMANO”

Il ritorno alle origini di Neffa in duetto con Coez, “Aggio perzo ‘o suonno” anticipa l’album previsto in primavera

Neffa e Coez

In un’epoca in cui se non appari non esisti, star fermi equivale a concedersi un bel lusso. Giovanni Pellino, alias Neffa, torna con una ritrovata consapevolezza e una rinnovata ispirazione. Aggio perzo ‘o suonno è il singolo, eseguito in coppia con Coez, che anticipa l’album previsto per la prossima primavera per l’etichetta Numero Uno.

Che sapore ha per te questo ritorno?

«Considerandomi abbastanza fuori dal giro, personalmente lo vivo meno come un ritorno, perchè non sento di essermene mai andato veramente (sorride, ndr), però mi rendo conto che all’esterno può essere percepito così. Questo ritorno ha il sapore dell’amore. Negli ultimi anni mi è capitato di scrivere, ma non avevo tra le mani pezzi per cui valesse la pena tornare e, soprattutto, lottare. Al di fuori dalla mia volontà, sono cominciate a venir fuori canzoni in napoletano, senza capire cosa stesse accadendo. Ho scritto di getto, il pensiero è custodito all’interno di queste nuove tracce che ascolterete in primavera». 

Tra queste c’è il singolo apripista “Aggio perzo ‘o suonno”

«Avevo pronto il ritornello, ma non riuscivo a completare le strofe, così l’ho lasciato in un cassetto. Mesi dopo il producer TY1 mi ha chiesto se poteva girarlo a Coez, che non conoscevo. Quando ho sentito la sua versione mi è subito piaciuta. Poi ci siamo confrontati e diventati abbastanza amici, tutto grazie a questa canzone. La musica ci ha legato».

Tra le varie correnti cantautoriali denominate “scuola genovese”, “scuola romana” e “scuola bolognese”, perchè non si è mai parlato con la stessa insistenza anche di “scuola napoletana”?

«Non lo so, ma è uno dei problemi dell’Italia. Napoli è come la Giamaica, non c’è altro posto in Europa così, perchè la musica è radicata nella vita delle persone proprio come accadeva negli anni ’60-’70, con le signore che cantavano alla finestra mentre stendevano i panni e i vecchi che fischiettavano. Le canzoni erano delle cartoline del nostro Paese, cartoline che facevano il giro del mondo. A Napoli è ancora oggi così. Pensiamo a Pino Daniele o ai fratelli Bennato. Insomma, me la tiro per essere napoletano».

In un’epoca in cui se non appari non esisti, stando fermo pensi di esserti concesso un lusso?

«Direi proprio di sì. Se riesci a non chiedere alla musica che scrivi di mantenerti, puoi anche scegliere e accettare di ridimensionarti, una decisione che può sembrare inaccettabile al giorno d’oggi. Il mondo discografico è molto cambiato rispetto ai miei esordi, gli spazi e i tempi si sono rimpiccioliti, di conseguenza un sacco di talenti vengono sprecati e questa cosa mi spezza il cuore. La tecnologia permette a tantissime persone di suonare e cantare, al punto che non basterebbero tre civiltà, ad oggi a noi sconosciute, per ascoltare tutta la musica che gli umani producono».

Ti definiresti un artista “camaleontico”?

«Non mi sono mai voluto sedere sul passato, mi sono ben guardato dal ripetere una canzone già fatta in precedenza, anche se aveva ottenuto successo. In nome del rispetto che devo a chi vuole viaggiare con la mia musica, ho sempre scelto un cammino di libertà, di verità profonda. Se per un periodo non avevo più il rap in testa, le basi che mi venivano le giravo a Fabri Fibra, in modo da potermi dedicare ai miei dischi di canzoni. Così ho fatto per tanti anni, ma l’hip hop è un genere che mi è sempre piaciuto. Oggi sono tornato a divertirmi rappando».

Hai dovuto fare i conti con un passato ingombrante?

«Sì, questo è stato per anni un discorso molto doloroso per me. Essendo una persona sensibile, ho sofferto parecchio, calcola che sono stato tra i primi ad essere odiato dai fondamentalisti perchè non facevo più rap, gli stessi che fino a qualche tempo prima mi amavano. Negli anni ho sentito liquidare tutto quello che facevo con un eterno confronto con il passato. Io la chiamo la sindrome di Claudia Koll, che dal soft porno ha poi scoperto Gesù, ma la gente la ricorderà sempre per quel film girato con Tinto Brass. Trovo profondamente sbagliato farsi un’idea odierna delle persone sulla base di quello che sono state una volta».

Quali sono le tue aspettative al momento?

«I numeri non sono mai stati gentili con me, soprattutto nell’ultimo decennio. Talvolta mi capita di non sentirmi particolarmente compreso, ma va bene così, forse questo è il mio destino. Nella vita c’è chi arriva prima e chi arriva dopo, ma non sentirsi in linea con il proprio tempo non può essere un problema degli altri, per questo mi definisco un sognatore contromano».

Sei soddisfatto del lavoro svolto con questo nuovo progetto?

«Assolutamente sì, per me era importante proporre qualcosa di contemporaneo. Da un po’ di tempo mi sono avvicinato molto alla musica digitale, infatti, questo nuovo corso è più figlio del mio penultimo disco “Molto calmo”, piuttosto che del precedente “Resistenza”, un album completamente suonato. Fa riflettere il fatto che proponga uno stile giovane ora che sono più vecchietto, ma ho sempre fatto musica fuori tempo, arrivando a volte in anticipo e altre in ritardo».

Un bilancio sofferto, ma positivo?

«Già per essere riuscito a lasciare un piccolo segno nell’universo, posso considerarmi molto più fortunato di quanto avrei potuto immaginare in partenza. Faccio pace con i miei rimpianti, li aggiungo alle belle soddisfazioni raggiunte e penso che, tutto sommato, si può star bene. Hai presente la scena del tenente Dan del film “Forrest Gump”, quando si butta in mare senza gambe e si mette a nuotare con l’aria di uno che ha fatto pace col mondo? Ecco, per un periodo mi sono sentito così. Adesso ho voglia di tornare in pista dando sfogo alla mia musica».

Ma Giovanni e Neffa hanno fatto la pace?

«Neffa ha bisogno che Giovanni sia in pace con se stesso, Giovanni ha bisogno che Neffa lo copra in determinate situazioni. Il desiderio di cambiare la realtà nasce sempre da un polo positivo e da uno negativo, dall’energia innescata dalla loro reazione. Per cui, sono convinto che il giorno in cui faranno pace del tutto… non si sentirà più parlare di me».

Nico Donvito
Nico Donvito
Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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