SANREMO 2021, DIECI COSE CHE RICORDEREMO DEL FESTIVAL

Il meglio di Sanremo 2021, lo spettacolo che ha riportato al centro dell’attenzione la musica dal vivo dopo un lungo anno di stop forzato. Ecco cosa ricorderemo di questa ultima edizione del Festival

Sarà ricordato come un Festival distanziato, si spera il primo e l’unico della storia. Di Sanremo 2021 ci porteremo dietro varie cose, tanto per cominciare le belle canzoni, alcune delle quali proposte in gara da giovanissimi che diventeranno i big di domani, basti pensare a Madame, a Fulminacci e, naturalmente, ai vincitori assoluti: i Maneskin, 81 anni in quattro, dieci in più della kermesse stessa. Di seguito i nostri momenti preferiti, quelli da incorniciare, di questa particolare edizione appena conclusa.

1. Le poltrone vuote e gli applausi finti

Inutile negarlo, quello che è andato in scena è stato un bello spettacolo, al contrario di ciò che avranno potuto osservare le persone che quel palco lo hanno calcato, vale a dire i conduttori e i cantanti che si sono alternati nel corso delle cinque serate. Poltrone vuote, per una puntata occupate addirittura da una platea di palloncini, ma comunque vuote. Provate ad immaginare anche solo per un momento. Rimarranno quei silenzi, sostituiti televisivamente da applausi finti per accompagnare le singole performance, acclamazioni mai troppo esagerate, rigorosamente moderate, in modo da confondersi con le reazioni reali dell’orchestra e dei pochi addetti ai lavori presenti in sala. Non pensavo di dirlo, ma mi sono mancate persino le signore impellicciate in seconda fila.

2. La prova di Amadeus e di Fiorello

E’ stato un Festival complesso da organizzare e da portare a casa, sicuramente più facile da rimandare o da cancellare del tutto. Il direttore artistico e la sua squadra hanno compiuto un mezzo miracolo, coadiuvati dallo showman che ci invidiano in mezzo mondo. E’ doveroso ricordarlo, anche se questo pare non sia bastato, di critiche gratuite ne sono piovute a secchiate, paradossalmente anche più dello scorso anno. Nonostante la lunghezza delle serate, in realtà non molto superiore in media alla precedente edizione, credo sia necessario rivolgere un plauso ad Amadeus e Fiorello, autentici professionisti e perfetti padroni di casa… una casa che un po’ tutti abbiamo fatto fatica a riconoscere, loro e nostro malgrado.

3. I cinque quadri di Achille Lauro

Checché se ne dica Lauro è riuscito a monopolizzare la nostra attenzione, unendo l’utile al dilettevole, ciò che si aspetta da lui e un pizzico di imprevedibilità. Genio o giullare, l’opinione pubblica si è spaccata ancora una volta a metà, come non accadeva dai tempi dei grandi provocatori, quelli che si sono ritrovati a vivere un momento di profondo cambiamento. Forse, l’unica “colpa” dell’eclettico cantautore romano è quella di essere nato oggi, in un’epoca priva di ideali e di grandi rivoluzioni. Nei suoi cinque quadri è riuscito a portare il proprio mondo, satelliti compresi, ovvero tutte quelle sfaccettature che lo hanno reso interessante agli occhi del pubblico, nel giro di poco tempo. In soli due anni Sanremo lo ha consacrato, era giusto che lui restituisse in qualche modo il favore con un atto di riconoscenza, la stessa che molti artisti tendono a non avere nei confronti di quel palco.

4. Le presenze femminili di Elodie e Matilda De Angelis

C’è chi le avrebbe volute vedere al timone del Festival per tutte e cinque le serate, oggettivamente non sarebbe stato male. A fare centro è stata la loro naturalezza mista all’eleganza, mostrandosi al grande pubblico come un duplice bell’esempio di donne che piacciono in primis alle donne. Entrambe si sono trovate a proprio agio in un contesto un po’ diverso dal solito, una canta e l’altra recita, eppure sono riuscite a far meglio di conduttrici navigate, che hanno in archivio ore ed ore di messa in onda televisiva. La loro forza? Essere riuscite a raccontare la propria storia davanti a milioni di italiani, facendo spettacolo senza spettacolarizzare. Meriterebbero di tornare a Sanremo l’anno prossimo.

5. La classe senza tempo di Ornella Vanoni

Elegante, impeccabile e semplicemente eterea. La signora della canzone italiana fa ritorno al Festival da regina indiscussa, dispensando talento e simpatia nel corso del gran galà finale. Con i suoi 86 anni suonati, nel senso più musicale del termine, Ornella incanta interpretando alcuni dei suoi classici (“Una ragione di più”, “La musica è finita” e “Domani è un altro giorno”), regalando al pubblico a casa un bellissimo omaggio a Luigi Tenco (“Mi sono innamorato di te”) e un estratto del suo ultimo album di inediti (il singolo “Un sorriso dentro al pianto”), affiancata da Francesco Gabbani al pianoforte. Il risultato? Una di quelle ospitate che vorresti non finissero mai, nonostante la lunghezza interminabile delle serate sanremesi.

6. La precisione di Orietta Berti

Quest’anno ci sono state tre gare: da una parte i giovani, dall’altra i big e poi lei. Di fatto, Orietta concorreva in una competizione a parte, al punto da considerarla un po’ la vincitrice morale di questa 71esima edizione del Festival. Precisa come un orologio svizzero, ha impartito lezioni di tecnica e di stile, ma anche di autoironia, sia ai colleghi presenti in loco che al pubblico a casa. Di serata in serata ha tenuto in pugno l’Ariston… un teatro che, fosse stato popolato da esseri umani, le avrebbe sicuramente regalato la gioia di quattro standing ovation consecutive. Per questa volta, però, dovrà accontentarsi del bagno di folla ottenuto sui social.

7. Le canzoni che si fanno canticchiare dal primo ascolto

Tra tutte “Musica leggerissima” di Colapesce e Dimartino, un brano che impazza da giorni sia in radio che nelle nostre orecchie, conquistando un pubblico appartenente a diverse fasce di età, grandi e piccini come si suol dire. Canzoni che soddisfano vari palati, che donano risalto alle emozioni, come accade per “Un milione di cose da dire” di Ermal Meta, “Potevi fare di più” di Arisa e “Ti piaci così” di Malika Ayane. Senza togliere spazio al divertimento misto a spunti di riflessione, due esempi su tutti sono rappresentati da “Il farmacista” di Max Gazzè e “Mai dire mai (la locura)” di Willie Peyote.

8. La performance registrata di Irama

Sanremo ai tempi del Covid è stato anche questo… e ce lo ricorderemo. “La genesi del tuo colore” è una di quelle canzoni che più sono state apprezzate, seppur non sia mai stata eseguita in diretta dal vivo sul palco dell’Ariston. Quella che è andata in onda è stata una performance registrata durante la prova generale di lunedì sera, questo può essere stato un vantaggio per alcuni o uno svantaggio per altri, ma di fatto Irama e la sua canzone meritavano di far parte di questo Festival e, forse, anche qualcosina di più in termini di classifica. Ai posteri radiofonici l’ardua sentenza.

9. La vittoria a sorpresa dei Maneskin

Era uno tra i nomi più quotati alla vigilia della kermesse, prima ancora di aver sentito le canzoni in gara. Poi, dopo il primo ascolto, il pezzo si è un po’ perso nei bassifondi della classifica di gradimento della giuria demoscopica, per poi crescere e acquisire credibilità di serata in serata. Una cavalcata quella dei Maneskin, che li ha portati alla meritata vittoria finale, passando nel giro di soli quattro anni dalla periferia dell’underground ad un monolocale in centro con vista sul mainstream. Una cavalcata che, siamo certi, non si fermerà sul palco dell’Ariston di Sanremo e che, speriamo, possa aiutarci a riportare in Italia quel primo posto all’Eurovision Song Contest che manca da ben 31 anni.

10. L’orchestra che si alza e suona in piedi

Per un attimo sembrava di essere all’Arezzo Wave più che al Festival di Sanremo, i sessantacinque elementi dell’orchestra che, incitati dal direttore Enrico Melozzi, si alzano in pieni e suonano il brano dei vincitori. Un’altra bella immagine che resterà di questa travagliata edizione della kermesse canora che, tra tamponi e mascherine, ha dimostrato che tutto si può fare in totale sicurezza e con i dovuti controlli. Che lo spettacolo abbia di nuovo inizio, si spera il prima possibile.

Nico Donvito
Nico Donvito
Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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