Un’identità riconoscibile quella di Emanuele Aloia, cantautore torinese classe ’98, che con i precedenti singoli “Il bacio di Klimt“ e “L’urlo di Munch“ ha fatto incetta di consensi e certificazioni. “Sindrome di Stendhal“ è il suo primo disco: tredici tracce, tredici quadri, una mostra in cui esterna i propri pensieri esponendosi in prima persona.

Com’è avvenuto l’allestimento di questa tua personale?
«Queste canzoni le ho ascoltate un’infinità di volte, le conosco benissimo in ogni loro sfumatura. Ho seguito l’istinto, perchè nella vita e soprattutto nella musica tendo a fare pochi calcoli. Se le cose sono belle arrivano, questo è da sempre il mio pensiero».
A cosa si deve la scelta di questo titolo?
«Per le tematiche che ho affrontato nella maggior parte delle tracce, mi sembrava un titolo perfetto, pur non essendo un concept album, perchè mi piaceva l’idea che le persone avessero la possibilità di riconoscersi nelle varietà delle canzoni, non in un unico messaggio».
Ti è capitato di sentirti proprio così nella vita?
«Non riconduco la sindrome di Stendhal soltanto alla parte visiva di un quadro o di una scultura, bensì a qualsiasi forma d’arte, musica compresa. Mi capita molto spesso di emozionarmi ascoltando una canzone, di provare sensazioni anche contrastati tra loro».
Hai mai avuto paura di perdere l’equilibrio?
«Mi ricordo l’ultimo del liceo, durante il quinto anno, gli ultimi mesi di scuola li ho trascorsi con ansia, attacchi di panico, vertigini. Eppure fino a quel momento era sempre andata bene, portavo a casa buoni risultati, mi divertivo, la vivevo tranquillamente, proprio per questo non so cosa sia accaduto esattamente. Poi naturalmente mi è passata, ma mi è ricapitato di riprovare lo stesso disagio tornando, tempo dopo, in quello stesso istituto per salutare i professori. Non è stato un periodo facile, anche se non riesco ancora oggi ad attribuirgli una spiegazione».
Pensi che la musica sia considerata, oggi come oggi, una vera e propria forma d’arte?
«Sai, ho deciso di far uscire questo lavoro dopo anni di scrittura e di gavetta, quando ho sentito di avere tra le mani un progetto valido. Con l’avvento del digitale i tempi si sono velocizzati, in giro c’è quasi una rincorsa al dover uscire a tutti i costi con un singolo o con un album. La mia paura più grande è che l’attenzione per questo disco possa svanire rapidamente a causa di questo sovraffollamento. Di conseguenza, non credo venga data la giusta attenzione alla musica, alle mie canzoni come a quelle di chiunque».
Sei riuscito a portare l’arte e la letteratura su Tik Tok, pensi di aver soddisfatto una richiesta in qualche modo latente nei ragazzi di oggi?
«Non saprei, dipende anche dal modo in cui si cerca di stimolare il loro interesse. Molto spesso i social vengono demonizzati dalle persone più adulte, il fatto di aver portato delle canzoni con dei riferimenti artistici all’interno di una piattaforma come Tik Tok ed essere riuscito ad avvicinare i giovani a dei concetti un po’ più importanti, è per me una grandissima soddisfazione. Ricevo costantemente messaggi da parte di studenti che prima non apprezzavano la letteratura ma che, grazie alle mie canzoni, si sono incuriositi e avvicinati a determinati argomenti. Non può esserci gratificazione più grande».