DODI BATTAGLIA: “MI METTO IN GIOCO, ANCORA”

Si scrive passione, si legge Dodi Battaglia. Il chitarrista e cantautore bolognese si racconta tra le righe e le note del nuovo album Inno alla musica

Dodi Battaglia Inno alla musica

Partiamo naturalmente da “Inno alla musica”, da quali spunti e da quali consapevolezze sei partito?

«La prima grande motivazione è che avevo voglia di fare cose nuove, di pubblicare degli inediti. Da quando i Pooh hanno deciso di scendere dal palcoscenico, ho proseguito nel fare un sacco di concerti da solo, portando in giro i brani forse meno eclatanti del nostro repertorio, in un tour che si chiamava “Perle”, dal quale sono nati due dischi dal vivo. La gente che veniva a vedere i miei spettacoli, manifestava la voglia di sentire anche nuove canzoni. Ho incamerato questa richiesta, ho approfittato del lockdown per mettermi a lavorare sulla mia musica, per concentrarsi sulle cose importanti, come abbiamo fatto un po’ tutti».

Com’è stato mettersi di nuovo alla prova come autore?

«Mi sono messo a scrivere con l’intenzione di raccontare me stesso, dopo cinquant’anni di musica con i miei colleghi, dopo più di cinque anni dall’ultima volta. Ho tirato fuori quelle che sono le mie maniere di esprimermi, sia l’aspetto più energico da chitarrista pop-rock quale sono, sia l’aspetto da compositore più tradizionale e melodico. E’ la prima volta a cui partecipo alla realizzazione anche dei testi, ho arruolato due giovani e validi collaboratori, Stefano Paviani e Chiara Peduzzi, oltre ad essermi affidato in due brani alla penna rock di Roberto Casini, autore dei brani più spinti e tirati di Vasco Rossi. In questi quattordici brani ho avuto la possibilità di raccontarmi anche attraverso l’approccio strumentale, virtuosistico, legato al jazz e alle grandi collaborazioni, tra cui spicca il nome di un ospite di eccezione come quello di Al Di Meola, che sappiamo essere uno dei più grandi chitarristi degli anni ’70, insieme a John McLaughlin e al compianto Paco De Lucia, ha rivoluzionato il modo di suonare la chitarra acustica e classica».

Un inno alla musica, ma anche un manuale dei sentimenti, perchè in queste canzoni affronti le dinamiche tipiche delle relazioni umane, in un momento storico in cui sono state messe a dura prova. A quali considerazioni sei arrivato?

«Ho iniziato a scrivere i testi di questo disco con delle motivazioni molto chiare, raccontando quello che accade quando incontriamo persone con le quali abbiamo condiviso parte della nostra storia, ritrovando nei loro occhi le stesse sensazioni vissute anni prima. La dedica alla musica è stato un altro input, perchè suono da quando sono bambino e, di conseguenza, posso davvero considerarla la mia vera compagna di vita, quella che non mi ha mai tradito o abbandonato. Ho voluto raccontare molto di me, sia musicalmente che testualmente».

Non poteva mancare in copertina la chitarra, protagonista insieme alla tua voce di tutto il disco. Un omaggio anche al mito di Jimi Hendrix?

«Quando si è trattato di pensare alla copertina di un disco che si intitola “Inno alla musica”, insieme ai miei collaboratori erano venute fuori delle idee abbastanza noiose e didascaliche. Serviva un’immagine devastante, d’impatto e di grande passionalità. Così mi è venuta in mente l’immagine di Jimi Hendrix che tutti conosciamo, quando alla fine dei suoi concerti era solito bruciale la propria chitarra con la quale aveva fatto l’amore fino a un attimo prima. Ho voluto fare una copertina-tributo a questo grande chitarrista che ha insegnato a tutti noi che cosa poteva essere realmente la musica».

Tra le canzoni in scaletta, colpisce “Una storia al presente”, il tuo omaggio a Stefano D’Orazio. Quanto hai dovuto scavare in profondità per portare alla luce queste parole?

«Parecchio. Il grande dubbio è come riuscire a cantare questo brano, una volta che si potrà tornare ad esibirci dal vivo, senza avere un groppo alla gola. E’ un tributo che ho voluto fare a Stefano, attraverso la musica sono riuscito a dire quello che è molto difficile esprimere tra due uomini. Un po’ per pudore, un po’ per ritegno, nonostante i tanti anni passati insieme, ci sono cose che a volte è difficile dirsi. In questa canzone sono riuscito a farlo. Pensa che questo disco avrebbe dovuto chiamarsi “Una storia al presente”, sinceramente ho avuto un attimino di ritrosia, perchè i malpensanti sono sempre dietro l’angolo, non avrei voluto si pensasse che cavalcassi o strumentalizzassi la situazione, questa terribile perdita di un fratello che ha colpito sia me che i miei colleghi».

Essendo vicepresidente portavoce del NUOVOIMAIE, non posso non chiederti un punto della situazione su come se la sta passando in questo momento l’intera filiera musicale

«Se l’è passata e se la sta passando poco bene, forse solo adesso vediamo qualche spiraglio di luce, grazie alle pressioni di tutta la categoria e al sostegno di NUOVOIMAIE, la prima collective al mondo a dare un aiuto sostanziale e concreto ai propri iscritti, per una cifra superiore ai 20 milioni di euro. Uno sforzo necessario per stare al fianco degli artisti e dei musicisti che hanno sofferto, perchè il nostro ambiente è stato veramente falcidiato. Noi tutti ci auguriamo di poter tornare al più presto a fare il nostro mestiere».

In conclusione, quali elementi e quali caratteristiche ti rendono orgoglio di questo tuo “Inno alla musica”?

«Quando ci si approccia ad un progetto discografico, non si può essere schiavi di due padroni, servitori di se stessi a livello compositivo e servi delle persone che lo andranno poi a sentire. Non si può programmare o immaginare l’effettivo riscontro della gente. Sono felice di poter constatare che i primi commenti ricevuti sono confortanti, perchè mi stanno rincuorando e ripagando di tutto questo lavoro, compreso l’investimento della mia casa discografica. Sono molto orgoglioso del modo in cui è stato confezionato il disco, impreziosito da sessantaquattro pagine nelle quali sono elencati i crediti, i nomi delle chitarre che ho utilizzato, la genesi delle canzoni e un sacco di fotografie. Un po’ come si faceva una volta. Sono contento che il risultato soddisfi le aspettative del pubblico, perchè rispetta la mia storia, offrendo contemporaneamente una nuova immagine di me, che mi sono voluto mettere in gioco ancora una volta».

Nico Donvito
Nico Donvito
Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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