Do Your Thang: «La dimensione live ci unisce come collettivo»

I Do Your Thang sono il collettivo che dovete tenere d’occhio, nonchè i nuovi protagonisti della nostra rubrica Artist To Watch. Il portavoce del gruppo (per un giorno) è William Pascal, che ci racconta il percorso e la storia della Gang. Dalla collaborazione con Ensi al nuovo disco “Gang Theory”.
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I Do Your Thang fanno sul serio e non vedono l’ora di poter tornare a calcare i paloscenici che gli sono stati negati per ben due anni. Il collettivo romano, nato nel 2013, unisce i percorso personali ed artistici dei rapper Pacman XIIPennyPanzWilliam PascalWhite BoyJekesa, dal cantante SWED e dai produttori Alan BeezRubber SoulBenjamin Ventura e Dj Dibba.

La loro “hip-hop attitude”, il loro flow travolgente e le loro rime piene zeppe di giochi di parole, ci hanno fatto venire in mente il meglio del rap old-school. Con ben 13 dischi all’attivo, la gang ha fondato anche la sua etichetta discografica indipendente e si sta imponendo nel panorama italiano grazie anche all’iniziativa “It’s The Joint“, eventi ad ampio respiro internazionale grazie ai quali il meglio della scena rap/hip-hop indipendente si esibisce alzando l’asticella e spingendosi sempre oltre. Negli anni i Do Your Thang hanno collaborato e condiviso il palcoscenico con Willie PeyoteColle Der Fomento, Rancore, Ghemon, e collaborato persino con Ensi. Ho provato a ripercorrerne la carriera insieme al portavoce (per un giorno) della Gang: William Pascal.

Crediti foto: CoCo District (Ufficio Stampa)

Nel vostro primissimo singolo, «Neva HRD» dite:  «Ehi amico/il Do Your Thang è un suono mai sentito/Tipo Big Bang con microfono e spartito/Capito? Non è un brand, non fa trend, do you understand?». Se doveste presentarvi a chi non vi conosce, come descrivereste i Do Your Thang?

«Hai citato un pezzo che inizia ad avere diversi anni (ride ndr.) Nel tempo la definizione è cambiata, ma in generale siamo nati come un gruppo di artisti che si sono ritrovati a suonare alle stesse serale, nello stesso tipo di contesto. Tra di noi si è creata un’alchimia tale da ritrovarci sul palco tutti insieme e condividere la passione per la musica. Nasce, in sostanza, come un gruppo di artisti affini. A distanza di tanti anni dalla nostra formazione, stiamo per uscire con un disco e siamo tutti in fermento». 

Come si lavora in un collettivo, o meglio, come si uniscono undici teste nel cercare, creare e definire la propria identità musicale? Per arrivare al momento presente, come si lavora e quanto avete lavorato? 

«Bella domanda! Siamo un collettivo un po’ atipico. In questo periodo storico è difficile trovarne altri che facciano musica insieme. Noi abbiamo un metodo non così tanto vincente e professionale, ma proviamo a portare il nostro. Di base ognuno porta le sue skills e il suo vissuto. Unendoci troviamo anche la forza di fare musica. Questo è un aspetto che si riflette soprattutto anche nei nostri live, fin da quando esistiamo. Il palco è il nostro maggiore stimolo. Adesso che si sta tornando a suonare dal vivo, stiamo tornando anche noi. 

Parlando di Maestri, chi è stato il vostro Obi-Wan Kenobi? 

«Essendo in tanti, abbiamo influenze ed ispirazioni che possono differire le une dalle altre. È difficile citare per tutti i membri della Gang degli artisti di riferimento A livello di collettivo, storicamente ci vengono in mente dei nomi storici come i Wu-Tang Clan, ma anche dei collettivi più recenti come gli inglesi High Focus. Sono davvero tante le etichette e i collettivi ai quali ci siamo ispirati…»

Crediti foto: CoCo District (Ufficio Stampa)

Il vostro ultimo singolo è «Mass Effect», in collaborazione con un Maestro del rap: Ensi. Raccontatemi meglio come è nata questa collaborazione.

«Con Ensi ci siamo conosciuti live, quando avevamo aperto la doppia data di Willie Peyote a Torino. Se parliamo di rap in Italia, è uno dei maestri ai quali ci siamo ispirati maggiormente. Io personalmente ascoltavo le tracce dei suoi ‘one mic’ in tempi non sospetti, appena mi sono affacciato al panorama hip-hop italiano. È stato un onore poter collaborare con lui. Speriamo che ci sia l’occasione di approfondire il nostro rapporto e di suonare il singolo dal vivo. È stato un piacere condividere un pezzetto del nostro percorso con lui».

Due anni di assenza dai palchi si sono fatti sentire?

«Nel mio piccolo ho cercato di suonare il più possibile in questi due anni. Sono riuscito solo a fare delle date a Roma, ma è sempre stato un adattarsi ad una situazione con posti a sedere e mascherine. Devo ammettere che le trasferte mi mancano tantissimo. Per fortuna, il contesto live come ce lo ricordavamo sta iniziando a tornare adesso. Ci sono state poche opportunità, ma possiamo dirti che stiamo per ripartire con una data che si terrà il 22 luglio a Roma, al Parco Schuster, quando presenteremo proprio il nuovo disco. Stiamo chiudendo anche delle date singolarmente, sulla base dei nostri progetti solisti». 

Nel pezzo vi sfogate e fate i conti con voi stessi e con le vostre paranoie rispetto alla realtà attuale, alla società odierna. Quali sono le paranoie che più vi tormentano tutt’ora e quelle che avete lasciato alle spalle? Vi chiedo anche qual è la critica più forte che sentite di fare alla società contemporanea, al nostro presente.

«Domandone! Anche qui è difficile farsi il portavoce di un collettivo così ampio. Magari ognuno risponderebbe a modo suo. La critica che mi viene da fare in relazione alla società moderna è una superficialità che incombe e sta crescendo sempre di più. Non ci ritroviamo in lei e questo magari si riflette nella nostra musica, nel rap. Le paranoie sono ovunque in verità, sia nel nostro campo, sia nella quotidianità. Abbiamo cercato di costruirci  il nostro percorso e di seguire più il nostro, rispetto a quello che accade nel mercato discografico».

So che avete fondato anche un’etichetta indipendente attraverso la quale gestite le vostre uscite discografiche. Quanto è stato e quanto è importante tutt’ora conoscere anche l’altra faccia del music business oltre a farne parte attivamente in quanto artisti e autori dei vostri pezzi? 

«Stiamo continuando ad imparare e ad abituarci ad entrambe le dinamiche. Il music business è un mondo complicato e complesso, nel quale non so quanto siamo riusciti ad inserirci come Do Your Thang anche con questo disco in arrivo. Vedremo se sarà cambiato qualcosa a livello di interesse da parte dei portali e dei giornalisti. Dopo la collaborazione con Ensi, domani esce un nuovo featuring con Willie Peyote: “My Bad”. Tramite questo tipo di collaborazioni, le intenzioni sono chiaramente quelle di entrare nel business di cui mi parlavi tu. Stiamo arrivando, regà (ride ndr.)!»

«Mass Effect» e il singolo uscito poche settimane prima, «Trappole», anticipa l’uscita di un disco: «Gang Theory». Come è stato il processo di scrittura e produzione di questo album? Avete già all’attivo 13 dischi, ma correggetemi se sbaglio questo è il primissimo che porta il nome della Gang. 

«I Do Your Thang esistono da quasi 10 anni. Non ci siamo mai messi a lavorare ad un disco tutti insieme, perché è un processo complicato, nel quale non abbiamo mai voluto buttarci a capofitto. Ci abbiamo messo tanto nel trovare la modalità di creazione più giusta. I nostri producer ci mandavano delle produzioni che curavano in autonomia, ma ci siamo resi conto che quello non era il metodo giusto. Abbiamo deciso di beccarci a cadenza settimanale e metodicamente in studio ogni domenica, per buttare giù dei beat, delle strofe e dei ritornelli. Il disco è nato mattoncino dopo mattoncino attraverso questi incontri. Siamo stati bruscamente interrotti dal COVID-19 in un periodo molto intenso anche a livello di live. Stavamo portando avanti il format ‘It’s The Joint’, un evento di musica live dove a cadenza mensile abbiamo coinvolti ospiti come Rancore, Mezzosangue, Inoki e tanti altri. In un periodo intenso abbiamo dovuto necessariamente fermarci e abbiamo ripreso in corsa la scrittura e la stesura del progetto. Il progetto, infatti, inizia ad avere un po’ di capelli bianchi. Anzi…diciamo brizzolati. Lo abbiamo registrato nell’estate 2020. Tra il master e vari ritocchi, non siamo usciti perché non si poteva suonare. Ora siamo decisamente pronti. Il processo è stato lungo ma è servito per mettere insieme tanti pezzi e soprattutto tante persone insieme». 

Ricordando tutti gli sforzi  che avete fatto per arrivare dove siete oggi, nel vostro percorso personale e professionale, cosa vi rende più orgogliosi e “in pace con voi stessi”?  

«Ti dico tutto il discorso legati ai live, che ci unisce anche a tutto tondo come collettivo, creando una comunità sopra e sotto il palco. Questo aspetto del Do Your Thang ci contraddistingue e ci rappresenta maggiormente. L’energia che percepiamo durante le serate ci carica e ci motiva veramente tanto».

Cosa vi aspettate dal futuro del panorama musicale capitolino?

«La scena romana è davvero vasta e ricca. C’è fermento, anche se Roma non è una città semplice dal punto di vista dell’organizzazione di eventi e spettacoli dal vivo. Siamo abituati a vedere un sacco di gente che si allontana per spostarsi a Milano, appoggiandosi alle diverse etichette discografiche della zona. Ci sono un sacco di realtà che si muovono quotidianamente, ma nell’ombra. Penso sia difficile fare una previsione al riguardo. Vedo sicuramente tanto rap, tanta trap e tante jam sessions. Il contesto è in evoluzione e vuole tornare a farsi sentire come prima e a coinvolgere sempre più gente. Speriamo che sia l’inizio di una lunga serie di date e situazioni. La situazione sta migliorando e sono positivo al riguardo». 

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