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8blevrai: “Ho obiettivi e ambizioni, i sogni rimangono in testa”

“Immigrato” è l’EP di esordio di 8blevrai, rapper di origini marocchine classe ’97. Con lo stesso titolo è disponibile anche un documentario. Per l’occasione ci abbiamo scambiato due chiacchiere.
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Ho scambiato due chiacchiere con Otmen e mi ha stupito tanto il suo approccio al mondo artistico e in generale alla vita. Forse un atteggiamento dato anche dalle esperienze che ha vissuto quando era piccolo, 8blevrai è un giovane determinato, ha un obiettivo fisso davanti a lui e con dedizione e sacrificio farà di tutto per raggiungerlo.

Interessante la scelta di accompagnare il suo primo EP ad un documentario con cui si presenta ai suoi ascoltatori. Un documentario che oltre a farci conoscere la vita di Otmen e della sua gente ci dona un ritratto preciso della vita in Marocco e della gente che ci abita, persone caratterizzate da una semplicità assoluta e terra in cui la fratellanza regna sovrana.

Intervista a 8blevrai

Innanzitutto vorrei iniziare a conoscerti meglio e a presentarti a chi ci legge. Forse potresti farlo usando una tua canzone, se dovessi sceglierne una che rappresenta 8blevrai a pieno, che esprime la tua essenza, quale sarebbe e perché?

“La canzone che mi rappresenta al 100% è Immigrato. Mi rappresenta perché sono nato in quell’ambiente lì da due genitori immigrati, quindi penso che la canzone che mi rappresenti di più sia proprio questa”.

Il tuo nome d’arte, 8blevrai, invece da dove deriva?

“Mi chiamo Otmen, i miei amici qui per abbreviare mi chiamano Otto, che è più semplice e arriva più immediato. La B è l’iniziale del mio cognome e Le vrai è “Il vero” in francese, quindi 8blevrai”.

Ho guardato con molto piacere il documentario e il discorso fatto da quel signore all’inizio è meraviglioso. Lui dice che fuori dal Marocco si sente stretto, come un pesce fuor d’acqua. è così anche per te?

“Io tengo sia all’Italia che al Marocco, me li sento miei entrambi, perché sono cresciuto sia qua che là. Io almeno una volta all’anno devo andare in Marocco, per forza, tornare alla mia terra e alle mie origini e un’abitudine e poi mi trasmette una pace interiore. L’Italia è uguale, dopo un po’ che sono via dall’Italia sento questo bisogno di ritornare perché io qui ci sono cresciuto. Tengo molto ad entrambi i paesi quindi e mi sento come a casa sia in Marocco che in Italia”.

Mi piace il documentario perché oltre a conoscere meglio te, sia come artista che come persona, chi lo guarda può anche curiosare in quella che è la vostra cultura. Da dove arriva l’idea di girarlo?

“L’idea arriva durante la creazione dell’EP, mentre ci stavamo lavorando abbiamo pensato che sarebbe stato bello farmi conoscere da più vicino a chi mi ascolta e far conoscere anche gli ambienti dove sono cresciuto, le situazioni, che cosa ho passato e far conoscere la mia terra. Ci stava la parte musicale dell’EP ma sentivo anche un forte bisogno di far conoscere alle persone da dove vengo così che mi conoscano a pieno molto più da vicino”.

La produzione dei brani è firmata da nomi che hanno fatto la storia del rap italiano, Big Fish, TY1, Dj Shocca. Com’è stato lavorare con loro fin da subito?

“Con Fish c’è stato feeling fin dall’inizio, a parte la parte musicale, dal punto di vista umano mi ha dato e mi ha insegnato tanto, per me è come una figura paterna. Questo ha influenzato tanto anche la musica che faccio, mi ha lasciato qualcosa. Per quanto riguarda TY1 l’ho conosciuto in studio da lui, da lì è partito il feeling, c’è stata subito intesa tra noi e mi son detto perché non metterlo nel progetto. Sono molto contento del risultato del brano prodotto da lui.

Oltre alla parte musicale, come ho detto, per me conta tanto anche il punto di vista umano, se c’è un certo tipo di rapporto questo fa sì che la musica esca meglio di quello che ci si aspetta. La stessa cosa vale per Shocca, che ho conosciuto grazie a Fish, appena ha sentito il lavoro era molto contento e io ancora di più perché per me lui è un pilastro del rap italiano”.

Si sente tanto il rap old school nel tuo EP, sicuramente anche dato da un certo tipo di produzione, dai beat ai campionamenti. Con chi sei cresciuto musicalmente? Chi sono stati i tuoi maestri?

“Il rap l’ho scoperto con 2pac, Notorius, diciamo i rapper americani degli anni ’90, poi ho iniziato ad ascoltare il rap francese, come Booba e La Fouine, poi ho iniziato ad ascoltare anche il rap italiano capendolo attorno ai 16 anni. Ho iniziato con i Club Dogo, in Italia sono stati loro assieme a Fabri Fibra la mia prima fonte di ispirazione. Poi piano piano ho iniziato a capire e ha iniziato a piacermi Noyz Narcos. Nel mio percorso ha avuto il suo merito anche il rap italiano”.

E poi hai duettato con Jake La Furia, immagino sia stato come la chiusura di un cerchio

“Esatto sì. Anche lui l’ho conosciuto grazie a Fish, dopo aver ascoltato dei miei brani ha detto che gli sarebbe piaciuto conoscermi. Ho incontrato Jake in studio e da lì è partito tutto, c’è stata subito intesa, a parte la musica Jake è uno molto socievole. Nel mio team a parte il lavoro c’è una forte relazione umana e questo aiuta a fare molto meglio”.

Mi lego a quello che mi hai appena detto tornando di nuovo al documentario. Lì si percepisce tanto la fratellanza tra le persone, tra quelli che chiami “la mia gente“. Penso sia bellissimo, qui in Italia si è un po’ perso questo sentimento, cosa ne pensi?

“Quando torno in Marocco, anche se passa per strada una persona che non conosco, riesco a rivedere in quella persona qualcuno di familiare. Questa è una delle cose per cui il Marocco mi piace, per cui me lo porto nel cuore, questa familiarità tra la gente da noi conta tanto. Come dicevo anche nel documentario da noi si può essere felici senza niente, per noi la cosa più importante è la parola data e il rispetto tra le persone.

In Marocco la gente è più aperta, c’è più calore tra le persone rispetto a qui in Italia. Poi, come si dice, in ogni paese che vai ci sono sassi e mattoni… Questa cosa per me è molto importante, sentire il calore umano mi fa sentire a casa”.

Ho intervistato vari rapper emergenti negli scorsi mesi ed alcuni mi hanno detto che nel panorama attuale, in generale, c’è un impoverimento della comunicazione e quindi dei testi. Ovviamente non parliamo di te, ma cosa ne pensi?

“Dipende come si riesce a trasmettere il messaggio che si vuole dare, c’è chi lo fa con dei contenuti un po’ più complessi e chi lo fa con contenuti più semplici. Diciamo che ognuno comunica al pubblico a suo modo, io lo faccio così e sono contento di farlo in questo modo che arrivi a tutti”.

In “Miami Coco”, una traccia del tuo EP, ci sono parecchi pezzi in inglese. Ti è mai capitato di scrivere dei brani solo in inglese?

“No non mi è mai capitato. Però qualche parolina, qualcosa di inglese lo so, quindi mi piace buttarlo dentro per spezzare un suono che magari può suonare un po’ troppo italiano. Se sotto al brano c’è una produzione che rimanda a quella cultura, a quello stato, cerco di metterci qualche parola in lingua che rimandi di più all’ambiente trasmesso dalla musica”.

Come accolgono la tua musica i tuoi amici e la tua famiglia in Marocco?

“La accolgono molto bene, sono contenti, gli piace sentirla e magari anche passare le giornate in studio con me per quanto riguarda i miei amici. La mia famiglia all’inizio non era tanto d’accordo, ma penso come tutte le famigli di chi decide di iniziare a fare rap, ma poi quando le cose iniziano a dare frutti, anche se non siamo ancora arrivati da nessuna parte, anche la famiglia inizia a capire la strada su cui stai andando e questo fa sì che si possa lavorare con più tranquillità. Per me è importante in generale avere l’appoggio dei miei genitori, che mi supportino moralmente nella vita, non solo nella musica”.

Ho letto altre tue interviste e hai giustamente detto di non aver voluto inserire feat in questo EP per presentarti al 100%, con chi sogni duettare però?

“Il sogno che avevo era fare un pezzo con Jake, e in parte ci sono riuscito, mi piacerebbe farne anche uno con Gué, che per me è un altro pezzo forte dei Club Dogo. Noyz Narcos, anche lui mi piacerebbe molto e se ti devo dire un nome europeo ti direi i PNL”.

Chiudo così, quali sono i tuoi obiettivi e sogni artistici?

“Per quanto riguarda la musica continuare a farla con passione. Poi io non sono uno che si affida tanto ai sogni, ho imparato già da piccolino, io sono uno che ha degli obiettivi e delle ambizioni, obiettivi che si raggiungono facendo dei sacrifici, i sogni secondo me restano in testa e basta”.

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