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Stereonoon: “Bisogna vivere i luoghi dove ci si nasconde”

“Places We Can Go Hide” è il nuovo album del colettivo Stereonoon. Nella musica esplorano tante sonorità e noi li abbiamo intervistati per conoscerli meglio.
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Stereonoon è un collettivo musicale che nasce dall’idea di Max e Anna, i due principali attori del progetto, accompagnati però, sia nel disco che nella loro dimensione live, da altre decine di musicisti incredibili. Il loro ultimo lavoro si intitola “Places We Can Go Hide” ed esplora sonorità più “pop” rispetto al loro precedente lavoro, sempre però lasciando in primo piano il Nu jazz e il Neo Soul.

Un progetto che ha aiutato gli Stereonoon a concentrarsi intensamente su ciò che viene meglio all’uno e all’altro: Anna ha scritto tutti i testi in inglese, data la sua passione per la lingua e l’ “inglesità” del genere soul, mentre Max si è occupato della parte melodica.

Ho scambiato due chiacchiere con loro per cercare di conoscere meglio il loro universo artistico così particolare e, soprattutto, i loro posti dove nascondersi, dove le sensazioni più pure riescono a prendere vita.

Intervista agli Stereonoon

Come presentereste gli Stereonoon a chi non li conosce?

M: “Siamo un progetto collettivo ma che, in realtà nasce da due persone, io ed Anna. Viviamo in posti lontani, io sono a Milano e Anna è a Verona, di solito ci troviamo a Verona, dove abbiamo la sala prova. Poi abbiamo diversi musicisti che ci accompagnano, un sacco di gente sia dalla Lombardia che da altre regioni e anche dal Mondo”.

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Mi raccontate il motivo della scelta del titolo dell’album?

A: “Places We Can Go Hide è sostanzialmente il verso di un brano contenuto nel disco, Inside The Reflections. É un brano molto introspettivo, come la maggior parte di quelli contenuti qui, è una volontà di condivisione di questi nostri posti personali, la musica che stiamo facendo. Abbiamo pensato fosse perfetto per questo disco come titolo. Ci siamo confrontati penso 5 minuti e, tra le varie opzioni, è stata quella con l’impatto più vincente”.

Sun Rays On Your Skin” copre l’essenza del soul più classico, un genere che, a mio parere, sta ricominciando ad essere più apprezzato anche sul mercato italiano. Voi cosa ne pensate?

M: “Sì, ha sempre funzionato perché riesce a galleggiare in tutti i periodi musicali. Adesso c’è una scena neo soul molto viva sia in Italia che all’estero. In Italia c’è sempre un piccolo scoglio sull’inglese, riscontriamo questo blocco nei nostri confronti ad esempio. Il soul però nasce in inglese perché ha senso così… Poi Anna, oltre ad avere una bellissima pronuncia, ha anche una capacità di scrivere testi in lingua inglese molto credibili. Spesso ci viene chiesto da chiunque perché non lo facciamo in italiano…”.

Però, ti è mai capitato di scrivere brani in italiano?

A: “Attualmente no. Ho fatto dei tentativi, ma così di istinto vado sull’inglese. Io ho una laurea in mediazione linguistica quindi, fortunatamente, sono abbastanza ferrata. Oltre alla musica, comunque, ho sempre avuto la passione per le lingue. Io poi ho tanti ascolti che vengono dal mondo anglosassone, quindi mi è stato semplice, all’inizio non mi sono neanche posta la domanda”.

M: “Ovviamente non ce l’abbiamo con la lingua italiana. Ci sembra molto più coerente, dato il genere, scrivere in inglese per questi brani, che sono suonati e cantati in inglese”.

Rispetto al vostro EP precedente, che evoluzione c’è qui?

M: “Sicuramente il fatto che siamo passati da un tipo di scrittura un po’ più jazz ad una più “pop”, sempre soul ma con melodie più semplici. Questo è legato anche ad un cambio che abbiamo avuto a livello compositivo. Nel disco prima c’erano alcuni brani che erano completamente scritti da Anna e altri completamente scritti da me, risentivano di ricerca di complessità sia da parte mia che sua, inconsapevolmente.

Per questo nuovo disco abbiamo applicato un procedimento diverso. Io ho scritto tutte le parti melodiche e armoniche, mentre Anna si è occupata dei testi. Questo da un lato ci ha aiutato ad avere qualcosa di più lineare musicalmente e ad Anna ha dato la possibilità di avere dei testi che fossero proprio suoi”.

C’è una canzone dell’album che ha avuto uno sviluppo più particolare?

A: “Testualmente è stato abbastanza lineare, mi sono lasciata guidare dall’armonia e ho fantasticato per poi mettere ordine. Non direi”.

Qual è il messaggio principale che volete comunicare?

A: “Il fatto di restare sempre molto in contatto con i propri sentimenti, sentimenti intesi come sensazioni, quello che ci capita durante la vita. In generale dare spazio alla sensibilità e vivere i luoghi dove ci si nasconde”.

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