maneskin rush

Måneskin: in “Rush” non sono Kool Kids ma music freaks

Esce oggi “Rush”, il primo album dei Måneskin dopo il successo internazionale. Ieri sera hanno suggellato il loro amore eterno per il rock sposandosi tra loro. Un album dal fortissimo sound internazionale che, in Italia, li riconferma top player.
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Finalmente è arrivato il giorno! Da oggi, 20 gennaio, è disponibile su tutte le piattaforme digitali il nuovo album “Rush dei Måneskin. Un album che ha cominciato a far parlare di sé da inizio gennaio a causa (o grazie, dipende dai punti di vista) delle numerose recensioni negative da parte dei media americani.

La produzione dei brani, oltre alla firma del manager Ferraguzzo e dei Måneskin stessi, vede la collaborazione di Max Martin, uno dei produttori più forti del mondo che ha dato vita a hit pop di fama mondiale. Un nome, quello di Martin, che temevano avrebbe snaturato il rock che li contraddistingue stravolgendo il loro sound verso un pop troppo internazionale ma che, di fatto, non è accaduto.

Un tocco, quello di Martin, che comunque ha dato a tutti i brani che firma una sonorità super catchy che, in 0.2 secondi, ti si appiccica al cervello e non si stacca più. Dei testi (ahimè, per la maggior parte in inglese) che puntano tanto sull’ironia, sullo stereotipo della rockstar che vive di sesso e droga e sullo sdrammatizzare quelle critiche che crescono proporzionalmente al loro essere mainstream con cui, giustamente, si lavano le mani.

Un album che arriva dopo il successo internazionale e dopo il capolavoro che è stato “Teatro d’Ira Vol. 1“. Un album, quello, che nonostante già dei pezzi in inglese (che è sempre stato, comunque, uno dei loro tratti distintivi, fin dalla prima audizione ad X Factor) ci ha regalato dei brani in italiano con dei testi di un’eleganza lessicale unica (Coraline primo fra tutti) e con dei temi molto profondi cosa che, negli unici tre pezzi in italiano presenti in Rush (Mark Chapman, La Fine e Il Dono della Vita) sinceramente manca un po’, ad eccezione dell’ultima citata.

Il matrimonio “in a Rush” a Roma

maneskin matrimonio

Per lanciare l’album, la band romana ormai figlia del mondo intero, è tornata alla loro casa base e lo ha fatto in grande stile: celebrando un matrimonio presieduto dall’ex direttore creativo di Gucci, Alessandro Michele. Tutti e quattro vestiti di bianco e con un mazzo di rose rosse in mano, Damiano, Ethan, Victoria e Thomas hanno giurato solennemente di restare sempre uniti e, soprattutto, hanno celebrato la loro unione in fede del rock n’ roll.

L’evento era targato Spotify, il lancio globale dell’album “Rush” che vuole anche sottolineare il turbine e la pressione emotiva e professionale che si sono visti piombare addosso in meno di un anno. Un Palazzo Brancaccio vestito a festa con star provenienti da tutto il mondo e, entusiasta in primissima fila come un genitore fiero dei suoi figli, il grande regista Baz Luhrmann.

Un’idea forse un po’ decontestualizzata da quello che è l’insieme del disco ma che, comunque, ha dato modo di far parlare di loro e, in una situazione del genere, questo è l’importante con la risposta di un secco sì alla domanda: “Damiano, Ethan, Thomas e Victoria volete prendervi in matrimonio promettendo di essere fedeli l’un l’altro sempre, nella gioia e nel dolore, nell’amore e nell’onore ogni giorno delle vostre vite?

Lasciate che i Måneskin siano solamente Music Freaks

Manuel Agnelli, il loro primo mentore, diceva quanto fosse inutile paragonare i Måneskin a qualsiasi altro grande gruppo rock della storia. Ciò che contraddistingue i Måneskin è il loro talento performativo, il loro essere giovani e freschi, il loro parlare dei sentimenti come farebbe qualsiasi altro vent’enne e allora dicono: “We’re not punk, we’re not pop, we’re just music freaks.

Damiano canta così in Kool Kids, la nona traccia dell’album, quasi una risposta a quelle critiche che cercano sempre di etichettarli e rinchiuderli, strettissimi, in un solo genere quando, in realtà, non si considerano altro che ragazzi ossessionati dal rock n’ roll.

Non vogliono somigliare a nessuno, non hanno la pretesa di salvare un genere (che, per altro, non ha bisogno di essere salvato perché non è morto) ma vogliono solo divertirsi, rimanendo stravaganti come potrebbero essere i protagonisti di un magico circo itinerante, fatto di quella strana follia che ti colpisce proprio perché non riesci a capirla fino in fondo e che, l’obiettivo di essere capita, non se lo pone nemmeno. I Måneskin sono così e non hanno bisogno di dar prova di nulla, vogliono solo stupire e così stanno facendo.

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